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Visitare il centro e visitare gli anziani malati nelle loro case…

di Don Gianbattista

Che cosa significa per te visitare il centro accoglienza anziani?

È una domanda molto personale che mi sono sentito rivolgere per stendere un articolo per questa pagina. Tento di rispondere con alcune riflessioni.

È una domanda personale a cui rispondo con serenità e senza problemi anche se posso supporre che molti non comprenderanno e quindi di conseguenza non condivideranno il mio pensiero.

Visitare il centro e visitare gli anziani malati nelle loro case, è sempre una esperienza arricchente perché si impara molto da queste relazioni che si costruiscono con l’ammalato, l’anziano. Inoltre questa relazione ti spoglia da i tanti orpelli, false sicurezze, pensieri banali, luoghi comuni, per essere condotto alla verità della vita, e alla fine alla verità di me stesso.

In questo senso anche le comunicazioni che fanno e le cose che ci dicono assumono una verità e una profondità essenziale.

Visitare il centro e visitare gli anziani malati nelle loro case, è arricchente, perché l’anziano e l’anziano ammalato in particolare è colui che ha una sintesi della vita molto essenziale, semplice, passato attraverso il crogiuolo di mille esperienze, delusioni e gioie, fallimenti e conquiste, successi e cadute. Quello che dice con le parole, quello che vorrebbe dire e non riesce, quello che esprime con gli occhi, con un sorriso, con una lacrima è un bagaglio grandissimo di vita. Ed io, quando li incontro, sono costantemente teso a non perdere uno “iota” (lettera ebraica piccolissima, che dice il vangelo non si perderà…. Come, io credo non si debba perdere uno “iota” della vita dei poveri) di questa ricchezza. Mi sforzo di intuire, di capire e poi di custodire. Apprendo come l’ultimo tra gli alunni, di fronte ad un grande maestro.

Non è mai banale una parola anche l’ennesima richiesta di confessarsi di chi non sa se è entrata nella RSA una settimana prima o 3 anni prima. Non è mai banale una confidenza anche se te l’hanno già fatta dieci volte. Non è senza profondità nemmeno quella preghiera che per l’ultima volta, e lo sai, reciti per chi sembra non ascoltarti e forse anche senza sentirti. Dio considera ciascuno di noi “figli amati”, non possiamo noi fratelli non avere lo stesso sguardo su di loro.

 

Visitare il centro e visitare gli anziani malati nelle loro case, è purificante perché mi rispecchio in loro e volentieri mi immagino in lui o in lei. E desidero perciò imparare l’umiltà con cui chiedono perdono, la libertà con cui stanno in questo mondo avendo già lasciato tutto (case, mobili, vestiti, oggetti personali)  Visitare questa stanze, curate anche bene con mobili diversi per dare l’immagine della casa, ma dove ti accorgi che ciò che è personale si riduce a due o tre quadretti con le foto e uno o due oggetti, un rosario, un disegno di un pronipote, significa comprendere che il cammino di spogliamento e di povertà che come prete ho abbracciato è ancora molto lontano per me come traguardo, è invece una verità per la vita di un anziano. Diventa purificante anche avvicinarmi all’uomo e alla donna bisognosa di tutto, di essere accompagnata, lavata, pulita accudita, perché questa condizione è la verità dell’uomo e del Divino. Il Figlio di Dio, Gesù rinunciò a salvare sé stesso e non fece nulla da sé (Gv 5,19). Nacque ed aveva bisogno di tutto, fu crocefisso e aveva sete tanto che dovettero dagli da bere. L’anziano e l’ammalato sono coloro che poco a poco, non possono più fare nulla da sé stessi, tutto gli devono fare: immagine di del Dio fatto uomo, che ha condiviso in tutto dell’uomo, fino alla croce. Immagine del nostro destino, della nostra meta di vita. Contemplare questa carne è imparare a vivere fino alla fine sapendo che non possiamo bastare a noi stessi, ma che la verità dell’uomo è avere bisogno dell’altro.

 

 

Visitare il centro e visitare gli anziani malati nelle loro case, è imparare ad avere una comunicazione vera. In questo senso ora cito alcuni brani de “Le confessioni” di sant’Agostino dove il santo dialoga con la madre, parla con lei in momenti molto intimi e profondi, mentre percepisce che la fine è vicina. Cito Agostino perché questi testi sono assolutamente espressivi di tante comunicazioni vissute ai capezzali degli ammalati, con i familiari o con i malati stessi. Comunicazioni profonde che a volte annoto nel mio quaderno di vita, ma che chiaramente rimarranno a lungo in quelle pagine senza essere raccontate…

“Figlio mio”, dice la madre Monica al Figlio Agostino divenuto Cristiano,  “ per quanto mi riguarda, questa vita non ha più nessuna attrattiva per me. Cosa faccio ancora qui e perché sono qui, lo ignoro. Le mie speranze sulla terra sono ormai esaurite. Una cosa sola c’era, che mi faceva desiderare di rimanere quaggiù ancora per un poco: il vederti cristiano cattolico prima di morire. Il mio Dio mi ha soddisfatto ampiamente, poiché ti vedo addirittura disprezzare la felicità terrena per servire lui. Cosa faccio qui?”  “Ora posso morire, t’ho visto cristiano”

Agostino vuole accompagnare la madre in Africa perché intuisce che giunge la fine e la madre vorrebbe morire dove è nata. Intuisce però che si avvicina rapidamente il giorno della partenza per la vita eterna.   Dice ne “Le confessioni” – “All’avvicinarsi del giorno in cui doveva uscire di questa vita, giorno a te noto, ignoto a noi, accadde, per opera tua, io credo, secondo i tuoi misteriosi ordinamenti, che ci trovassimo lei ed io soli, appoggiati a una finestra prospiciente il giardino della casa che ci ospitava, là, presso Ostia Tiberina, lontani dai rumori della folla, intenti a ristorarci dalla fatica di un lungo viaggio in vista della traversata del mare.

Conversavamo, dunque, soli con grande dolcezza. Dimentichi delle cose passate e protesi verso quelle che stanno innanzi, cercavamo fra noi alla presenza della verità, che sei tu, quale sarebbe stata la vita eterna dei santi, che occhio non vide, orecchio non udì, né sorse in cuore d’uomo. Aprivamo avidamente la bocca del cuore al getto superno della tua fonte, la fonte della vita, che è presso di te (Sal. 35,10), per esserne irrorati secondo il nostro potere e quindi concepire in qualche modo una realtà così alta.

Condotto il discorso a questa conclusione: che di fronte alla giocondità di quella vita il piacere dei sensi fisici, per quanto grande e nella più grande luce corporea, non ne sostiene il paragone, anzi neppure la menzione; elevandoci con più ardente impeto d’amore verso l’Essere stesso (Sal. 4,9), percorremmo su tutte le cose corporee e il cielo medesimo, onde il sole, la luna e le stelle brillano sulla terra. E ancora ascendendo in noi stessi con la considerazione, l’esaltazione, l’ammirazione delle tue opere, giungemmo alle nostre anime e anche esse superammo per attingere la plaga dell’abbondanza inesauribile, ove pasci Israele (Sal. 72, 2).”

Agostino così si perde in questi discorsi che conducono fino al paradiso. E si domanda, e si interroga. E semplicemente intuisce una risposta.

Così molte volte i nostri discorsi con gli anziani giungono a queste parole “ma come sarà? Tu sai qualcosa?” Ed io, non posso ingannare, e dice “sono come te, non ho risposte, ma come te credo che il Padre ci attende e sicuramente ha preparato un posto con Lui e in Lui.

Per cui quando si esce dal centro o da una casa privata dove incontro sofferenza e vecchiaia per ritornare alla vita di tutti i giorni mi viene la domanda: ma dove c’è vera vita? In queste mura apparentemente anticamera della via delle rimembranze o dove la gente corre, senza sapere dove, dove la gente anela e desidera cose futili, dove la gente dice “qui si che c’è vita”?

 

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