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Sorridere con gli occhi

di Matteo Pericoli – Coordinatore Infermieristico

Ricorre nell’anno 2020 il duecentesimo anniversario della nascita di Florence Nightingale, conosciuta come la fondatrice dell’assistenza infermieristica moderna. Nessuno si sarebbe aspettato che proprio in un anno così speciale per noi infermieri, saremmo stati chiamati a gestire in prima linea un’emergenza sanitaria di tale portata. Abbiamo dovuto rivedere il nostro modo di assistere, con nuove linee guida, nuovi protocolli, nuove metodologie di lavoro. Ora finalmente abbiamo nuovi infermieri che fanno parte della nostra équipe, ma non sono stati mesi semplici poiché, considerata la grave emergenza sanitaria, alcuni infermieri sono stati chiamati ad assistere in ambito ospedaliero. Nonostante ciò, con grande impegno di tutta l’equipe, abbiamo fatto in modo che, anche nei momenti più difficili, il tempo e la qualità dell’assistenza dedicati ad ogni ospite rimanessero tali da garantire sempre il massimo della nostra attenzione e professionalità.

È stato ed è tutt’ora necessario aggiornarsi e quotidianamente tenere alta l’attenzione su quelle che sono le novità in campo scientifico e professionale. Tutto ciò senza perdere di vista quelle che erano e continuano ad essere le problematiche sanitarie proprie dell’invecchiamento. Ma, all’accrescere del sapere professionale, deve accostarsi il saper essere professionista. Ed essere professionisti dell’assistenza non significa solo conoscere tecniche e applicare protocolli; essere professionisti dell’assistenza significa prima di tutto saper essere riferimento per chi si assiste e per i familiari. Proprio la parola “assistere” ha nella sua etimologia il cuore di quella che è la nostra professione. Assistere significa “stare vicino”.

Prendersi cura dell’anziano non può prescindere dallo stargli vicino, una vicinanza fatta di ascolto, di comprensione, di sguardi. Perché è solo grazie a questa vicinanza che possiamo capire i bisogni dell’anziano, che non sempre riesce a esprimere con chiarezza e che devono essere colti e interpretati dall’infermiere. Chiaramente manca agli ospiti l’abbraccio di un figlio, il bacio del coniuge o il sorriso di un nipote. Ma le relazioni che nascono quotidianamente in RSA rappresentano comunque momenti carichi di affetto, di emozioni, di ricordi, di sogni. Sì, perché vista da fuori oggi l’RSA può sembrare una scatola chiusa, asettica. Invece è piena di vita, la vita degli ospiti e la vita degli operatori. Senza relazioni, senza emozioni, non c’è vita.

Non possiamo in alcun modo sostituirci ai familiari e non abbiamo la pretesa di farlo, ma siamo il ponte che tiene vivo il contatto. E questo viene fatto grazie alle videochiamate, ma anche grazie alle relazioni che tutti i giorni si creano tra ospite e operatore. L’anziano spesso racconta o ricorda la propria storia, parla dei propri affetti oppure ascolta da noi racconti che gli fanno rivivere fatti o emozioni. Assistere, stare vicino, significa anche tutto questo, mantenendo chiaramente l’attenzione alla cura del benessere fisico, ma senza perdere di vista il benessere che nasce dalle relazioni.

Il nostro sorriso è nascosto dietro una mascherina; abbiamo dovuto imparare a sorridere con gli occhi. Un sorriso che viene trasmesso attraverso i nostri sguardi e il nostro modo di porci. Mai come in questo periodo sento vera la frase che sentii in un corso di formazione anni fa. Diceva: “quando ti allontani dell’ospite dopo averlo salutato, voltati e incrocia il suo sguardo. Non sarà un semplice sguardo, avrà il valore di un abbraccio”.

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